Quando si inizia a scrivere, o semplicemente a voler comunicare meglio con gli altri, abbiamo quasi tutti lo stesso riflesso: imitiamo. Imitiamo l’autrice che ci ha emozionato, il giornalista che sembra scrivere senza sforzo, l’amico che sui social trova sempre la parola giusta. Ci diciamo che a forza di prendere in prestito le loro frasi, il loro ritmo, le loro pause, prima o poi finiremo per assomigliare a qualcosa. L’ho fatto anch’io, lo avrai fatto probabilmente anche tu, e non è un difetto: è un passaggio. Probabilmente persino un passaggio necessario.
Perché la verità è che, nel momento in cui ci avviciniamo per la prima volta alla scrittura (o a qualsiasi forma di comunicazione un po’ meditata), non abbiamo ancora un’identità precisa. A meno di scrivere nell’urgenza, nella rabbia o nella gioia pura, quei momenti in cui le parole escono da sole e in cui appare, senza filtri, chi siamo davvero. Il resto del tempo, davanti alla pagina bianca, spesso non sappiamo nemmeno cosa vogliamo dire. Figuriamoci il «come».
Quella voce che chiamiamo cifra stilistica
Quel modo tutto nostro di posare le frasi, di scegliere le immagini, di dosare i silenzi, lo chiamiamo cifra stilistica. È ciò che fa sì che alla terza riga di un testo si sappia già chi parla. È ciò che fa sì che un messaggio possa farci sorridere prima ancora che abbiamo letto la firma, perché abbiamo riconosciuto la persona dal suo ritmo.
Per la cronaca, anche l’intelligenza artificiale ha la sua cifra stilistica. È persino diventato il suo punto debole: i testi generati si riconoscono quasi sempre, perché hanno tutti la stessa cadenza, le stesse formule, le stesse curve troppo lisce. Una voce che non appartiene a nessuno, e che alla fine non convince nessuno.
La nostra voce, invece, è quella che ci rende leggibili nella vita di tutti i giorni. Quella che fa sì che siamo capiti, che siamo riconosciuti, che esistiamo un po’ più precisamente agli occhi degli altri. La nostra voce è la nostra identità.
La domanda che cambia tutto : come trovo la mia ?
Detta così sembra una cosa enorme. In realtà è il gesto più semplice del mondo, e si riassume in due verbi: scrivere, poi rileggere.
Scrivere, senza censurarsi. Scrivere a mano se possibile, perché la lentezza della penna lascia al pensiero il tempo di srotolarsi. Scrivere la mattina, la sera, in metro, su un angolo di tavolo. Scrivere cose stupide, liste della spesa commentate, il racconto di una giornata banale, una lettera a qualcuno che non spediremo mai. L’importante, in questa fase, non è la qualità. L’importante è la quantità di materia grezza che produciamo.
Poi arriva la rilettura, che è il vero momento di magia. È rileggendoci che capiamo se un testo ci appartiene davvero o se suona vuoto, se quella frase è nostra o se l’abbiamo presa in prestito da qualcun altro. È lì che cominciamo a cancellare, a togliere, a cercare parole che suonano meglio, costruzioni che ci somigliano di più. Pian piano, il testo comincia a scorrere. Non stiamo più cercando le parole giuste : lasciamo uscire quelle che vengono. Ed è proprio in quel momento che cominciamo a sentire la nostra voce.
Il beneficio del resto va ben oltre la pagina scritta. A forza di ascoltare la propria voce sulla carta, finiamo per riconoscerla meglio anche all’orale. La parola diventa più precisa, più posata, più autentica. Come se la scrittura facesse da sala prove per la vita di tutti i giorni.
Qualche compagno di viaggio utile
Per questo lavoro non serve granché, ma alcuni strumenti ben scelti fanno una vera differenza. Un bel quaderno, prima di tutto, in cui abbiamo voglia di scrivere. Personalmente ho un debole per i Leuchtturm1917, con le pagine numerate e l’indice da compilare da soli, ma anche un Moleskine classico va benissimo se preferisci un oggetto sobrio e un po’ rituale.
Per quanto riguarda la penna, consiglio caldamente di lasciarsi tentare da una stilografica. Una Lamy Safari costa una ventina di euro, dura anni, e cambia davvero il rapporto con il gesto della scrittura : si preme meno, si respira meglio, ci si rilegge con un altro occhio perché il tratto porta già qualcosa di noi.
E poi, per nutrire la riflessione sul mestiere (sì, scrivere è un mestiere, anche quando non lo si pratica per vivere), due libri tornano sempre nei miei consigli. On Writing - Autobiografia di un mestiere di Stephen King, che è meno un manuale e più una lunga confessione su cosa significhi avere una voce. E Bird by Bird di Anne Lamott, in inglese, che dice con molta dolcezza tutto ciò che i metodi più aridi dimenticano: che bisogna concedersi di scrivere male per arrivare infine a scrivere giusto.
E tu, l’hai trovata ?
Alcune persone ci arrivano da sole, a forza di pazienza e di quaderni riempiti. Altre preferiscono essere accompagnate, da un laboratorio, una persona che fa coaching, uno sguardo esterno che aiuta a districare ciò che appartiene davvero da ciò che è stato solo accumulato. Le due strade sono entrambe valide. L’unica che non funziona è quella che consiste nell’aspettare che la voce arrivi già pronta, come un regalo.
Ti lascio quindi con la domanda: hai già trovato la tua? E se sì, in quale momento l’hai riconosciuta?
Buona settimana a tutte e tutti.







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